Impartire ordini o educare, quali differenze.

 

La disciplina può assumere diversi significati nella mente dei genitori, tra cui quello più scontato, ossia il desiderio che i propri figli collaborino e si comportino in modo corretto e accettabile, sia in casa che fuori.

Ogni bambino è diverso, quindi non esistono strategie educative standard che possano andar bene per tutti, ma l’obiettivo che i genitori si pongono è senz’altro un fattore decisivo per orientarne le scelte educative; un conto è infatti desiderare un’istantanea ubbidienza o l’interruzione immediata di un comportamento ritenuto inaccettabile, un  conto è porsi come obiettivo a medio-lungo termine che il bambino acquisisca maggiore consapevolezza e autocontrollo, che possano aiutarlo a regolarsi anche nelle situazioni future e non solo nella situazione disciplinare del momento.

Un esempio per spiegare il concetto potrebbe essere il seguente: Giulio, cinque anni, torna a casa e la prima cosa che fa è togliersi le scarpe e lanciarle sul pavimento, prima di rilassarsi davanti alla tv.

Si potrebbe dire a Giulio:

1 – Metti subito a posto le scarpe!
2 – Metti a posto le scarpe, che creano disordine.
3 – Metti a posto le scarpe: ho appena finito di riordinare e pulire,  ciascuno in questa casa deve fare la sua parte per mantenerla in ordine.

Che differenza c’è tra queste tre alternative comunicative, ai fini educativi?

Nel primo caso Giulio riceve semplicemente un ordine. Non sappiamo come potrà reagire, forse ubbidirà alla richiesta, forse no, ma certo è che potrebbe non essergli chiara una cosa: il motivo per cui dovrebbe prendersi la briga di mettere a posto le scarpe. E va detto che, in linea generale, non capire la ragione per la quale ci viene chiesto di fare qualcosa può con buona probabilità penalizzare a priori la motivazione a farlo.

Nel secondo caso già viene espresso un principio importante in più, quello di causa-effetto: tutto ciò che facciamo (in questo caso lasciare in giro le proprie cose) ha una precisa e diretta conseguenza, potenzialmente negativa e spiacevole (ad esempio, per l’appunto, creare disordine). È bene capire che qualunque azione, anche quella apparentemente più banale, ha delle conseguenze.

Nel terzo caso si raggiunge un obiettivo ancora più sofisticato: far capire l’effetto che le proprie azioni hanno sulla situazione generale e sugli altri, ossia il loro peso all’interno delle relazioni.

Sforzarsi di applicare in maniera sistematica quest’ultimo principio, cioè avere l’idea della disciplina come di un momento in cui aiutiamo i bambini a comprendere che significato assume per gli altri ciò che loro fanno, può favorire l’ascolto e l’aderenza, al contrario di richiami fini a se stessi che fanno risparmiare tempo nell’immediato ma rischiano alla lunga di essere percepiti come dei rituali automatici e privi di attrattiva e di rimanere quindi inascoltati.

In che modo possiamo mettere in pratica il terzo principio?

Stabiliamo un contatto >  I messaggi hanno molta più probabilità di arrivare a destinazione se c’è un contatto fisico e visivo, piuttosto che quando sono inviati distrattamente mentre si sta facendo altro.

Spieghiamo le nostre intenzioni e motivazioni > Non è mai superfluo, anche se richiede tempo ed energia, spiegare il motivo per cui stiamo chiedendo di fare una certa cosa.

Controlliamo che cosa i bambini hanno capito > E’ un momento fondamentale in tutti gli scambi comunicativi: accertarsi che ciò che si è detto sia stato capito dall’altro nel modo corretto, senza distorsioni o malintesi. Lo si dà spesso per scontato, ma non lo è sempre.

 



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