Come si diventa se stessi.

Il titolo dell’ultimo libro di Irving Yalom, “Diventare se stessi”, interpreta bene lo spirito di quella che non è semplicemente un’autobiografia, bensì una riflessione consapevole di come le vicende della sua storia, anche quelle apparentemente più banali, abbiano tracciato la traiettoria di una vita eccezionale, di possibile ispirazione per ciascuno di noi.

Un testo sincero e senza fronzoli, come è nel suo stile, in cui Yalom, psichiatra, scrittore e docente di fama mondiale, ci racconta come è diventato quello che è ragionando su processi, personali e relazionali, del tutto universali: il rapporto con i propri genitori, il bisogno di una guida negli anni della giovinezza, la crescita professionale come espressione della propria identità, le dinamiche famigliari, la paura della morte.

Alcuni passaggi di questa lettura sono stati particolarmente curiosi e memorabili, come ad esempio l’idea di disciplina: queste memorie ci ammoniscono su un punto molto importante, ossia che chi ha successo raramente è folgorato da un’intuizione geniale e poi se ne sta per buona parte del proprio tempo in spiaggia a godersi, appunto, il successo.

A 85 anni suonati l’autore si sveglia ancora di buon mattino, dedica mezz’ora alla gestione delle mail, poi quattro ore per la scrittura, venti minuti di bicicletta, e al pomeriggio un’agenda fitta di pazienti.

Un simile rigore non deve però essere confuso con un esagerato senso del dovere, o una dedizione totalizzante e fanatica al lavoro, da cui l’autore mette spesso in guardia a favore di altre dimensioni fondamentali per una vita piena ed appagante: il rapporto con i propri cari e con gli amici, il tempo per i viaggi, lo sport e il gioco.

I giochi in famiglia vengono ricordati e raccontati non soltanto come un intrattenimento ma anche (soprattutto) come un modo di relazionarsi con i figli prioritario nella sua esperienza di genitore; scacchi, tennis e scarabeo, riproposti in successione a ciascuno dei quattro figli, vengono evocati come straordinari veicoli ludici di dialogo e condivisione.

In particolare il gioco degli scacchi, che l’autore era solito condividere anche con il padre, viene intimamente vissuto come un ponte tra la sua esperienza più recente di genitore e quella passata (e dolorosa) di figlio:

“Forse il gioco mi offre brandelli di contatto con mio padre, un uomo gentile, grande lavoratore, che non riuscì a vedermi diventare un adulto maturo.”

Come tanti dei pazienti che incontra, Yalom ha alle spalle un rapporto faticoso con i propri genitori, definiti grossolani e rabbiosi; per gran parte della propria vita li ha rinnegati, disprezzati per la scarsa istruzione e le origini modeste e tentato di allontanarli da sé, salvo poi provare tenerezza nei loro confronti solo in età matura e rimpiangere di non aver cercato per tempo un punto di incontro:

“Mio padre morì così com’era vissuto, in modo tranquillo e discreto . Ancora oggi rimpiango di non averlo conosciuto meglio.”

“…il mio cuore si stringe con dolore al pensiero dell’abisso che ha separato me e i miei genitori, e per le tante cose non dette.”

La tematica del  rimpianto è trasversale a tutto il libro; benché l’autore si consoli di aver avuto un’esistenza serena e con pochi rimpianti, torna spesso il monito a non perdere occasione di essere gentili e affettuosi, di apprezzare e coltivare il tempo con gli amici e con i propri cari, di parlare di più per non lasciare cose non dette in sospeso.

Yalom consiglia sempre ai suoi pazienti (e indirettamente anche a noi lettori) di esplorare i rimpianti ed aspirare a una vita che ne sia quanto più possibile priva.

Controcorrente rispetto alla moderna corsa verso forme sempre nuove e ingegnose di psicoterapia che garantiscano il recupero del benessere psicologico, Yalom ci invita a tornare ai filosofi del passato (Nietzsche, Sartre, Camus, Schopenhauer, Epicuro) perché consapevole che molte delle questioni esistenziali in cui ci dibattiamo noi tutti (l’invecchiamento, la perdita, la morte, le scelte fondamentali dell’esistenza come la professione da svolgere o chi sposare) sono spesso già state affrontate in modo più che convincente da questi grandi pensatori.

Per tutta la vita l’autore ha sentito la mancanza di una guida come quella che gli sembra di ritrovare nei testi dei filosofi da lui amati; oggi ammette di ritrovarsi suo malgrado catapultato dalla parte opposta e ironizza su come si ritrovi lui stesso ad appagare il bisogno degli altri di avere un mentore, un maestro di cui fidarsi e a  cui affidarsi:

“Mi rammento che vengo idealizzato e che noi umani, tutti noi, desideriamo ardentemente trovare un anziano dai capelli bianchi, saggio e onnisciente. Se sono stato scelto per recitare questa parte, beh, accetto con gioia questa posizione. Qualcuno deve pur occuparla.”



1 commento

  • Anna

    Bella recensione. Io, dal mio punto di vista, ho visto Yalom girare soprattutto intorno ai grandi temi esistenziali, la libertà , la morte, il senso sella vita. Gran libro, da leggere assolutamente, senza dimenticare “il senso della vita” e “il dono della terapia”

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